La ricerca

Oggi sono stata a vedere l’esposizione “Nasa – A Human Adventure” a Milano.

Iniziamo col dire che andare in un museo con un bambino di due anni non ti permette di prendertela con calma, ascoltare l’audioguida e leggere tutte le descrizioni. Anzi, l’opposto. Siamo passati da una tuta spaziale a una ricostruzione di un satellite con la velocità di un cambio di canale della tv, per poi rivedere almeno dieci volte la pulsantiera della capsula spaziale. Nonostante ciò, è piaciuta a tutti, anche se il costo è un tantino alto per quello che c’è da vedere.

La vera riflessione però l’ho fatta una volta tornata a casa, leggendo il libro sulla mostra che abbiamo comprato.

Luca Perri, astrofisico e divulgatore scientifico, descrive in modo chiaro e semplice l’importanza del ruolo che riveste la ricerca, un po’ in tutti i campi.

Una critica che spesso viene fatta ai ricercatori, e a chi investe nella ricerca, inclusa quella aerospaziale, è come sia possibile spendere miliardi per cercare di scoprire cose assurde, astratte che non risolvono alcun problema, quando con quei soldi si potrebbe probabilmente sfamare l’Africa intera.

La domanda è legittima, ma la semplicità della risposta è alquanto sconvolgente.

  1. La ricerca fa bene, e fa bene anche in termini economici. La lista delle dieci nazioni al mondo con un maggiore benessere economico coincide in maniera praticamente perfetta con quella delle dieci nazioni che investono di più in ricerca (ovviamente l’Italia non è inclusa tra queste).
  2. Le ricadute tecnologiche che le missioni spaziali hanno avuto sull’umanità sono pazzesche. Gore-Tex, velcro, gomme al fluoro, il cellulare (eh sì, la Motorola ha inventato il componente base proprio per l’Apollo 11), il trapano a batteria, celle a combustibile, orologi al quarzo, software engineering, sono solo alcuni dei contributi che abbiamo avuto dalla ricerca per mandare l’uomo nello spazio.
  3. Non si investe direttamente nella ricerca dello sviluppo di soluzioni terrestri perché spesso i progressi più significativi non vengono ottenuti attraverso un approccio diretto, ma tramite obiettivi ambiziosi capaci di motivare le persone a spingerle a dare il meglio di sé e a immaginare l’immaginabile.

Quindi la prossima volta che chiedete a qualcuno che mestiere faccia, e questo risponde “il ricercatore”, non storcete il naso, perché tra qualche decennio probabilmente vi cambierà la vita.

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